Quando una macchina può imitare qualsiasi volto e qualsiasi voce, l’identità smette di essere un dato e diventa un problema giuridico.
Per secoli, gli attributi della personalità (il nome, lo stato, il domicilio e, soprattutto, l’identità) hanno trovato tutela nei registri statali e nei documenti fisici. Oggi i deepfake iperrealistici, i cloni vocali e gli agenti autonomi capaci di simulare il comportamento umano hanno infranto il principio classico del “vedere per credere”.
Se l’identità è il diritto che consente l’esercizio di tutti gli altri, l’interrogativo è inevitabile: come si garantisce l’esistenza giuridica di una persona quando una macchina può replicarne l’identità digitale?
Il “peccato originale” di Internet
Si suole chiamare così un’omissione di progettazione. Il protocollo TCP/IP fu concepito per connettere computer, non per verificare chi si trovi dall’altra parte. Non è mai esistito un livello nativo di identità.
Quel vuoto è stato colmato prima con modelli centralizzati (un account sui server di ciascun fornitore) e poi con modelli federati, come i social login o il sistema SPID in Italia, nei quali un Identity Provider fa da intermediario.
L’IA ha reso fragili questi sistemi. E una delle risposte oggi sperimentate, la biometria centralizzata e invasiva (come la scansione di massa dell’iride), presenta tre rischi difficilmente accettabili dal punto di vista civilistico:
- Danno irreversibile. Un database centralizzato è un bersaglio primario per gli attacchi informatici, e un tratto biometrico compromesso non si può sostituire come si sostituisce una password.
- Esclusione giuridica. Chi non ha accesso ai registri ufficiali rischia di rimanere privo di un’esistenza giuridica verificabile.
- Sorveglianza verticale. Il diritto all’identità si trasforma in un meccanismo di controllo, vicino al Panoptico che Bentham progettò e Foucault trasformò in metafora del potere.
La risposta tecnologica: identità decentralizzata e sovrana
La soluzione non sta in un algoritmo più potente, ma in un cambio di paradigma. La Self-Sovereign Identity (SSI) è un modello basato su registri distribuiti che restituisce a ciascuna persona il controllo sui propri dati.
L’Unione Europea sta già regolando questa transizione con il Regolamento (UE) 2024/1183 (eIDAS 2.0), che impone agli Stati membri di mettere a disposizione dei cittadini, entro il 24 dicembre 2026, almeno un Portafoglio Europeo di Identità Digitale (EUDI Wallet). L’Italia ha avviato la propria attuazione con l’IT Wallet, integrato nell’app IO. È un impianto che recepisce alcuni principi cardine della SSI, come il controllo da parte dell’utente e la minimizzazione dei dati. Il modello si fonda su due standard del W3C:
- DID (Decentralized Identifiers): identificativi crittografici e permanenti che non dipendono da alcuna autorità centrale.
- VC (Verifiable Credentials): attestazioni verificabili (dalla patente di guida ai titoli di studio) che la persona conserva nel proprio wallet e condivide secondo il principio di minimizzazione dei dati, senza intermediari permanenti.
La frizione sociale come scudo
La SSI risolve l’infrastruttura, ma non risponde alla domanda centrale: come si protegge lo spazio dell’umano dalla simulazione algoritmica?
Qui entra in gioco l’idea di una prova di umanità collettiva, fondata su una Web of Trust (rete di fiducia). La validità dell’esistenza di una persona non deriva dalla certificazione di un ente centrale o di un software, ma dal patrimonio delle sue relazioni umane. Per attivare una credenziale di umanità, occorrerebbe che un numero minimo di testimoni, anch’essi umani, ne convalidino l’esistenza attraverso interazioni reali e firme crittografiche incrociate.
Cambia così l’equazione economica della frode. Generare un milione di profili sintetici è poco costoso per un software; ingannare intere comunità di persone reali, una per una, è costosissimo. La decentralizzazione non rende impossibile l’attacco, ma ne porta il costo a livelli proibitivi per un algoritmo.
Il sistema prevede inoltre una via d’uscita umana in caso di smarrimento delle chiavi. Nessuno deve rivolgersi a uno sportello burocratico: i “guardiani” designati (familiari o persone di fiducia) possono, agendo congiuntamente dai propri dispositivi, attestare l’identità del soggetto e ripristinarne l’accesso.
Verso la firma cripto-sociale
Nel moderno traffico giuridico transfrontaliero, e in particolare nei rapporti commerciali tra Italia e Argentina, non è più sufficiente disciplinare la validità dei contratti elettronici e delle firme elettroniche. Occorre poter stabilire se chi manifesta la propria volontà negoziale nello spazio digitale sia un soggetto di diritto o un algoritmo autonomo.
Una prova di umanità collettiva funzionerebbe come un bollino di autenticità del reale. Ogni dichiarazione di volontà, contenuto o interazione firmata attraverso questa rete godrebbe di una presunzione di umanità. Ciò che ne fosse privo verrebbe trattato, per impostazione predefinita, come potenzialmente artificiale.
Questa presunzione è una proposta, non diritto vigente. Ma trova sostegno in principi già consacrati. Nell’ordinamento argentino: il riconoscimento della personalità giuridica e il diritto al nome (artt. 3 e 18 della Convenzione americana sui diritti umani, o Patto di San José di Costa Rica) e l’inviolabilità della persona e della sua dignità (artt. 51 e 52 del Código Civil y Comercial). In quello italiano ed europeo: i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 Cost.), il diritto al nome (art. 6 c.c.) e la dignità umana (art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea).
Siamo persone perché ci riconoscono
Il compito del giurista contemporaneo non è competere con la capacità di calcolo delle macchine, ma proteggere la dignità della persona. Una rete decentralizzata di validazione umana non è mera avanguardia tecnologica: è la traduzione digitale del principio più antico della convivenza civile. Siamo persone perché gli altri esseri umani ci riconoscono come tali.
Ripartire da questo vincolo sociale è il punto di partenza per lasciarsi alle spalle questa fase di vulnerabilità digitale e aprire un umanesimo all’altezza dei tempi, un nuovo Rinascimento.
Il presente articolo ha finalità accademica e professionale. La presunzione di umanità e la firma cripto-sociale sono proposte de lege ferenda, non diritto vigente.
Per le imprese e gli studi che operano tra Italia e Argentina e devono adeguare contratti, firme e processi di identificazione alla realtà digitale, una consulenza specializzata, con esperienza in entrambi gli ordinamenti, può fare la differenza.
Questo articolo è disponibile anche in spagnolo: Prueba de humanidad: cómo proteger la identidad frente a la IA.

